Ascesa e rovina del Segretario Petrucci

Ferraiolo Alfonso IIIn un precedente articolo, corredato dalle immagini tratte dalla “Cronaca della Napoli Aragonese, 1498 – 1503” di Melchiorre Ferraiolo (MS M.0801, fol. 095r della Morgan Library di New York) , avevamo raccontato della triste fine di alcuni dei baroni che avevano partecipato alla congiura del 1485. Tra costoro spicca la figura del Barone Antonello Petrucci in quanto, al momento dei fatti, era una delle figure più influenti del regno, poiché ricopriva la carica di Segretario del Re.
Il testo del Ferraiolo si occupa ampiamente della sua triste fine, e pertanto mi è sembrato interessante riproporvi la storia del Petrucci e alcuni passaggi della narrazione della sua morte, con le relative immagini.

Antonello De Petruciis (questo è in realtà il cognome riportato da Tristano Caracciolo, testimone delle vicende e che ne riferisce nel 1509 nel “De varietate fortunae“) iniziò la propria carriera sotto Alfonso I, con un incarico presso la regia cancelleria al quale fu chiamato dopo essersi fatto notare durante gli anni di praticantato prestati sotto la guida del notaio Ammirato di Aversa, il quale – colpito dalla sua intelligenza e vivacità – lo aveva voluto con se e lo aveva avviato agli studi.
Tramite la sua conoscenza con il segretario di Alfonso, Giovanni Olzina, Ammirato riuscì a mettere il giovane nelle mani di Lorenzo Valla che ne completò la formazione e lo avviò alla vita e agli incarichi di corte.
In pochi anni il giovane di estrazione contadina, nato nelle campagne di Teano, riuscì a scalare tutti i gradini della burocrazia, ottenendo incarichi sempre più delicati e ruoli via via più prestigiosi: già nel 1459 era diventato Segretario di Re Ferrante e via via divenne Cavaliere, conservatore dei Registri di Cancelleria e del Gran Sigillo, Credenziere della Dogana, fino alla nomina – nel 1460 – a Presidente della Regia Camera della Sommaria e Luogotenente del Gran Cancelliere.

Il Petrucci, oltre che uomo di potere, fu anche uomo di cultura che seppe incarnare appieno la figura del principe rinascimentale: fu accademico pontaniano e amante degli studi classici, ed aveva una vasta biblioteca con preziosissimi manoscritti, tra cui molte opere del Valla; nel 1465 convinse il Re ad istituire quattro nuove cattedre universitarie.
Di pari passo con gli incarichi burocratici crebbero anche i titoli nobiliari e la sua influenza nel regno, oltre che le sue ricchezze: in breve tempo fu nominato Barone e acquisì case e terre in quantità, tra cui la baronia di Cucco, il  feudo di Carinola, e la contea di Policastro.
A Napoli il Petrucci acquisì dalla famiglia Del Balzo il palazzo in Piazza San Domenico Maggiore e una cappella nell’attigua chiesa.
Naturalmente anche i numerosi figli beneficiarono di tali ricchezze: Francesco divenne Conte di Carinola,  Giannantonio Conte di Policastro,  Giambattista fu Arcivescovo di Taranto,  Tommaso Agnello divenne Priore di Capua, mentre Severo e Giacomo furono Vescovi rispettivamente di Muro e Larino.
Le due figlie femmine, assecondando la politica espansionistica del padre, si imparentarono con le nobili famiglie degli Orsini e dei Caracciolo.
Per lo stesso motivo Giovanni Antonio aveva sposato Sveva Sanseverino, nipote del Principe di Salerno, e fu questo – probabilmente – l’inizio della catena di eventi che portò alla tragica fine della famiglia.

Stemma di Antonello Petrucci nel Manoscritto de Le Metamorfosi di Ovidio (Cod. Bodmer 124)

Stemma di Antonello Petrucci nel Manoscritto de Le Metamorfosi di Ovidio (Cod. Bodmer 124)

Sorvolando sui dettagli della congiura che numerosi baroni ordirono ai danni di Re Ferrante, ricordiamo che dopo una lunga fase di inutili trattative (alla quale il Petrucci e i suoi figli parteciparono attivamente in qualità di ambasciatori del Re ma in realtà, secondo alcuni autori, come complici dei congiurati al fine di dissimularne le reali intenzioni) seguì lo scontro aperto con un iniziale periodo di difficoltà per il Re: la città dell’Aquila si era sottratta al controllo regio, anche con l’aiuto del Papa Innocenzo VIII le cui truppe minacciavano i confini, e c’erano stati alcuni tentativi di agguato ai danni di Alfonso e di Ferrante stesso, finché nel mese di Settembre anche Salerno aveva innalzato le insegne della chiesa facendo prigioniero Federico d’Aragona (al quale era anche stato offerto di succedere al padre in caso di successo).
Liberato Federico, il sovrano ruppe gli indugi e passò al contrattacco, grazie anche alla risolutezza del Duca di Calabria e all’aiuto di truppe mandate da Spagna e Ungheria. Nel maggio del 1486 Alfonso sconfisse Roberto Sanseverino e iniziarono le trattative di pace con il Papa, che portarono ad un accordo definitivo nel mese di Agosto.

Naturalmente Ferrante non si accontentò della pace militare: il reato di lesa maestà che aveva subito e il tradimento da parte delle persone a lui più vicine non potevano essere perdonati…
In un primo momento aveva semplicemente rimosso il Petrucci dalle sue numerose cariche, probabilmente in attesa di avere la certezza della pace con il Papa, e per avere il tempo necessario a raccogliere sufficienti prove contro il suo Segretario.
Infine, tre giorni dopo aver stipulato l’accordo con Innocenzo VIII (al quale aveva promesso la salvezza dei congiurati…), iniziò la sua terribile vendetta: con astuzia e perfidia invitò i baroni al matrimonio di sua nipote Maria Piccolomini con Marco Coppola; durante il ricevimento – organizzato a sue spese – in Castel Nuovo il 13 Agosto, però, invece della sposa si presentò il castellano Pascasio Diaz Garlon con un adeguato numero di armati e trasse in arresto la famiglia dello sposo e quella del Petrucci (tranne il figlio Francesco, che fu arrestato a Carinola), inclusa la moglie .
Gli arrestati furono tanti che l’intero castello fu trasformato in prigione e i prigionieri vi furono distribuiti secondo il grado delle loro presunte colpe: il Petrucci fu detenuto “in loci del Castello novo condigni a li demeriti soi, et dove se soleno deponere simili delinquenti et cum lecustodie arentissime” (sotto stretta sorveglianza).
Altri prigionieri  invece ebbero un trattamento più consono al rango, e in particolare le donne furono ospitate “dal lato dela signora regina et bene attese“.

I processi iniziarono subito e – con testimonianze e confessioni “spontanee” (si mormora anche della tortura subita dal solo Petrucci) – condussero inevitabilmente alla condanna dei prigionieri. Gli atti furono regolarmente trascritti, pubblicati e distribuiti in numerose copie agli ambasciatori degli stati esteri.

Processo Petrucci 1

La cronaca del Ferraiolo ci illustra immancabilmente uno dei momenti salienti, durante il quale gli imputati sono tutti schierati di fronte alla corte: Antonello de petruciis, Ioanne Antonio, francisco de petruciis, francisco coppula

petrucci 1

Per tutti la sentenza fu “essere levata ad ogne uno de loro la testa, che in ogne modo la loro anima sia separata dal corpo“.
Il primo decesso però fu quello della moglie del Petrucci, Elisabetta Vassallo, che morì in carcere il 10 ottobre 1486 e fu trasportata in San Domenico di notte e senza pratiche religiose: “senza pricere et senza munace

 moglie Petrucci

Finalmente,  “alli xi. de Magio miiiilxxxvii (1487) fo fatto lo catafalco alla cittadella copro de negro (ricoperto di stoffa nera) del castello novo alto.& in presentia de tucti gentili homini cavaliere & baruni. el pupulo tucto collo standardo  regente e ministri della iusticia prima ad Antonello Petrucio. & depo ad Francisco coppula fo levata la testa”.

Al foglio 97v la Cronaca del Ferraiolo ci mostra le straordinarie immagini di Antonello Petrucci, scortato da uomini in arme e seguito dal boia Carlo Maniero che si avvia al patibolo eretto nella cittadella fortificata che circondava il Castel Nuovo: si tratta di una delle prime immagini esistenti di quella che sarà poi chiamata ghigliottina, ma che – come forse ben pochi sanno – non fu affatto inventata durante la rivoluzione francese! Le prime testimonianze dell’uso di una attrezzatura analoga in Inghilterra, infatti, risalgono alla fine del ‘200, ma le raffigurazioni prima del ‘500 sono rarissime e questa è forse la prima illustrazione di un patibolo italiano…

Antonello Petrucci al patibolo 1
Antonello Petrucci al patibolo 2

Dopo l’esecuzione, le spoglie del Petrucci furono trasferite nella cappella di famiglia in San Domenico, dove ancora è conservata la sua mummia con la testa “appoggiata” sul collo…
Una sorte ben peggiore, però, era toccata qualche mese prima al figlio Francesco, conte di Carinola, al quale – stando alle risultanze del processo – furono imputate maggiori responsabilità, tanto da essere ritenuto anche colpevole del coinvolgimento del padre nella congiura: innanzitutto fu trasportato steso e legato su di un basso carretto trainato da due buoi ed esposto al ludibrio della folla “per tucte le strate publiche de la cita de napule & per li segi de quella” e condotto al patibolo issato in piazza del Mercato.

francesco petrucci al patibolo

Poi, dopo essere stato sgozzato, il suo corpo fu smembrato e le parti esposte ai quatto angoli della città…

Processo Petrucci 2

Così si concludono gli atti del processo e la vita di un grande protagonista della Napoli rinascimentale.

Processo Petrucci 3

NB. Le immagini della Cronaca del Ferraiolo sono di proprietà della Morgan Library di New York.

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