Napoli ferdinandea

Tavola Strozzi

Tavola Strozzi – veduta della città di Napoli dal mare, 1470. (Ritorno trionfale della flotta napoletana dopo la vittoria contro il pretendente al trono Giovanni d’Angiò, avvenuta al largo di Ischia il 7 luglio 1465), Museo Nazionale di San Martino, Napoli

Ferdinando I d’Aragona, detto anche Ferrante, durante il suo lungo regno, inaugurò un periodo di stabilità che portò il Regno di Napoli in una fase di prosperità facendolo partecipare attivamente all’Umanesimo e al Rinascimento, grazie alla sua scrupolosa abilità politica, con la quale cercò di imporre la propria supremazia (anche attraverso la diplomazia e le alleanze) sugli altri Stati italiani intervenendo direttamente nella vita politica della penisola, anche con lo scopo di preservare l’equilibrio politico stabilito dalla pace di Lodi, alla sua politica economica con l’introduzione della lavorazione della lana, dell’oreficeria e della stampa, alla politica culturale anche attraverso il mecenatismo del sovrano. Inoltre riuscì a gettare le basi per la modernizzazione dello Stato, grazie alla repressione del potere baronale e al potenziamento di organi statali come la Regia Camera della Sommaria, che aveva già poteri amministrativi e a cui Ferrante concesse anche poteri in materia fiscale.
Tra i vari provvedimenti statali ricordiamo: il rafforzamento dell’apparato fiscale, già appesantito dalla costosa diplomazia e dal mecenatismo del predecessore Alfonso I, attraverso l’introduzione di un regime rigoroso basato sul risparmio nelle spese statali, sulla restrizione dei consumi e sull’eliminazione degli sprechi della corte, quello economico attraverso l’introduzione di una serie di iniziative tese ad aumentare gli scambi con le repubbliche marinare e con nazioni mediterranee supportando i commercianti e incentivando le imprese, attraverso l’incoraggiamento della produzione tessile e l’introduzione della manifattura dei drappi e dei broccati d’oro e, per perfezionarla, fece venire gli imprenditori manifatturieri Marino di Cataponte da Venezia e Francesco di Nerone da Firenze. Impose poi, un governo di tolleranza permettendo l’immigrazione nel regno dei numerosi ebrei espulsi dalla Spagna attraverso il decreto dell’Alhambra emanato dai Re Cattolici della Spagna e uno di questi, Isaac Abrabanel, entrò addirittura nella corte napoletana restandovi anche sotto il successore di Ferrante, Alfonso II.
Nel campo dell’istruzione Don Ferrante, dopo aver riaperto l’università di Napoli, cercò di sostenerla attraverso l’assunzione di insegnanti, soprattutto all’interno del Regno e imponendo il divieto ai suoi sudditi di studiare o laurearsi al di fuori dello Stato e supportò il programma di studi aggiungendo, all’insegna dell’umanesimo, quello del greco e del latino. Ferrante riuscì a far fiorire l’Università anche attraverso l’assunzione di dotti professori; e a questo scopo, tra i pochi stranieri, assunse anche l’umanista Costantino Lascaris ad insegnare la lingua greca e l’erudito fiorentino Francesco Pucci, allievo di Angelo Poliziano, ad insegnare la retorica, che trovarono la cerchia culturale aragonese così vivace da stabilirsi per lungo tempo a Napoli o come Pucci, rimanendovi per sempre.
Infine Ferrante, con una prammatica intitolata “De scolaribus doclorandis”, ordinò ai suoi sudditi di apprendere le scienze nella capitale e concesse alla città dell’Aquila la licenza di aprire un’università (la futura Università degli Studi dell’Aquila).

Porta Capuana – Giuliano da Maiano, 1484

Ferrante fece diventare Napoli una delle principali capitali del Rinascimento (e proprio da Napoli questo si diffuse in Spagna e, attraverso il matrimonio della figlia Beatrice con il re Mattia Corvino nel grande Regno d’Ungheria), promuovendo attraverso il suo munifico mecenatismo e le sue commissioni, la cultura e l’arte rinascimentale circondandosi di numerosi intellettuali e artisti provenienti sia al di fuori che all’interno del Regno, tra i quali: gli architetti, scultori e pittori Antonio Fiorentino della Cava (che venne nominato ingegnere reale), Francesco di Giorgio  Martini (che si occupò soprattutto della costruzione di numerose architetture militari nel regno), Pietro e Ippolito del Donzello (famosi per aver realizzato gli affreschi della villa di Poggioreale), Giovanni Giocondo (attivo nel cantiere di Poggioreale, a lui viene attribuita anche la Cappella dei Pontano), Giovanni Francesco Mormando, Francesco Laurana (che lavorò per il completamento dell’arco trionfale del Castel Nuovo), Tommaso e Giovan Tommaso Malvito (che realizzò la maestosa cappella rinascimentale del Succorpo, attribuita anche al Bramante, nel Duomo di Napoli), Giuliano e Benedetto da Maiano, Bernardo Rossellino, Francesco Pagano, Riccardo Quartararo, Pietro Befulco, Novello da San Lucano (famoso per aver edificato palazzo Sanseverino, oggi Chiesa del Gesù Nuovo), Guido Mazzoni (famoso per aver realizzato, oltre ad alcuni busti della famiglia reale, il Compianto sul Cristo morto che si può ammirare presso la Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi e dove, in alcuni personaggi rappresentati, si celano i ritratti di Ferdinando e di suo figlio Alfonso), Niccolò Antonio detto Colantonio (maestro di Antonello da Messina), Pietro Alemanno, gli umanisti e letterati Giovanni Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Bartolomeo Platina, Raffaele Maffei, Ermolao Barbaro, Francesco Del Tuppo (che fu il principale editore e stampatore attivo a Napoli del XV secolo), Antonio De Ferraris detto “Il Galateo” (che fu anche medico di corte), Teodoro Gaza, Angelo Poliziano, Giovanni Pontano, Antonio Beccadelli detto Il Panormita e molti altri. Quest’ultimo fu secondo segretario del Re e Presidente della Camera, mentre il Pontano gli successe come rettore dell’accademia di Napoli “Porticus Antonianus” (una delle primissime accademie fondate in Europa, la prima del Regno di Napoli e la più antica d’Italia ancora esistente), divenendone il principale rappresentante, e proprio in suo onore il nome di questa mutò in Accademia Pontaniana, i cui allievi più illustri furono: Jacopo Sannazaro, Antonio Flaminio, il cardinale Jacopo Sadoleto, Giano Anisio, Giovanni Cotta, Andrea Sabatini, Andrea Matteo III Acquaviva e molti altri.
La costruzione della cinta muraria aragonese di Napoli fu iniziata sotto il suo regno nel giugno del 1484 e Ferrante si preoccupò innanzitutto di fortificare la città verso il lato orientale spostando il confine urbano oltre il Campo del Moricino (attuale Piazza Mercato), facendo anche edificare una torre dietro al monastero del Carmelo, detta Torre Spinelli, avendo preso il nome dall’architetto che l’aveva fatta erigere, Francesco Spinelli. Inoltre ampliò le mura erette da Giovanna II dalla Dogana del Sale fino al largo delle Corregge (oggi Via Medina) e fece prolungare le mura fino al monastero di San Giovanni in Carbonara, che a quel tempo venne chiuso all’interno delle mura cittadine, affidando la direzione dei lavori all’architetto Carlo Majano, che aggiunse alla città la strada detta del Lavinaro. Nel 1476, quando trasferì la dogana nei pressi del porto, fece spostare l’arsenale sotto le mura del Castel Nuovo.

Villa di Poggioreale – Giuliano da Maiano e Giovanni Giocondo, 1487-1490,

Durante il suo regno Ferrante completò la costruzione e la decorazione del Castel Nuovo facendo venire  soprattutto artisti di origini italiane come Pietro da Milano, il già nominato Francesco Laurana, Luciano Laurana, Tommaso Malvito e Jacopo della Pila. Per ordine del Ferrante, come perenne monito per la vittoria del re sulla congiura dei baroni, fu fusa in bronzo, mediante l’artiglieria sottratta ai nemici e ai baroni ribelli, la porta bronzea del Castel Nuovo, detta La Vittoriosa, con la rappresentazione del trionfo del re sulla suddetta congiura, opera del parigino Guglielmo Monaco.
Sotto il suo regno i magnifici palazzi di Poggioreale (1487-1490), La Duchesca, La Conigliera e La Ferrandina furono commissionati dal figlio Alfonso e furono eretti Palazzo Como tra il 1464 e il 1490, oggi sede del Museo Filangieri, la cui costruzione è disputata tra Giuliano da Maiano e Antonio Fiorentino della Cava, Porta Capuana e Porta Nolana, entrambi eretti da Giuliano da Maiano, il Palazzo Diomede Carafa (1470), progettato da Angelo Aniello Fiore e voluto da uno degli uomini più potenti dell’epoca aragonese e “Colonna portante del Regno” Diomede Carafa, Palazzo Venezia, antica sede dell’ambasciata della Repubblica di Venezia e Palazzo Sanseverino, oggi Chiesa del Gesù Nuovo (1470).

Porta di Castelnuovo

Porta bronzea di Castel Nuovo – Guglielmo Monaco

Inoltre fece erigere la Porta del Carmine e quella di San Gennaro, fece costruire un’armeria tale da poter contenere armi per sessantamila soldati, completò la torre iniziata da Carlo II d’Angiò che al giorno d’oggi funge da campanile per la Basilica di San Lorenzo Maggiore, ordinò ai fratelli Pietro e Ippolito del Donzello di affrescate il cenacolo dei frati di Santa Maria la Nova e fece ricostruire numerosi luoghi di culto, adornandoli di preziosi arredi.

Gesù Nuovo - Novello da San Lucano, 1470

Chiesa del Gesù Nuovo (ex Palazzo Sanseverino) – Novello da San Lucano, 1470

Ad esempio a lui si deve la ricostruzione della Chiesa di San Gennaro, che crollò quasi interamente a causa dei terribili terremoti del 5 e 30 dicembre 1456, e volle che in questa ricostruzione vi partecipassero anche molte famiglie nobili napoletane che avevano nella chiesa delle cappelle di giuspatronato. A Novello da San Lucano affidò la ricostruzione della basilica di San Domenico, dopo la sua distruzione causata dal suddetto terremoto. Lo storico dell’arte e biografo Bernardo De Dominici, nel suo “Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani”, racconta che furono da lui eretti i pilastri, restaurato il soffitto e completati gli ornamenti delle cappelle, attribuendo la direzione dei lavori anche ai del Donzello.
In ambito culturale Ferrante arricchì la Biblioteca Aragonese, fondata nel Castel Capuano dal padre Alfonso, grazie alla confisca dei beni dei nobili che si erano ribellati a Ferrante durante la congiura dei Baroni, e continuò a crescere, grazie a doni e ad acquisti dei libri dei maggiori umanisti dell’epoca.
Infine l’uso del napoletano come lingua ufficiale del Regno, proprio come il fiorentino nella Firenze dei de’ Medici, promosse a corte una corrente letteraria in cui si fondevano la tradizione colta e raffinata e quella popolare, ponendo le basi per quella che sarà la letteratura popolare in lingua napoleta dell’età moderna con Giulio Cesare Cortese e Giambattista Basile e portando alla diffusione dell’alfabetizzazione al di fuori dalla corte.

Ferrante d'Aragona raffigurato nell'"Adorazione dei Magi" di Marco Cardisco, Museo Civico di Castel Nuovo

Ferrante d’Aragona raffigurato nell'”Adorazione dei Magi” di Marco Cardisco, Museo Civico di Castel Nuovo

Pietro Espasiano

Fonti e bibliografia:

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