Il Palazzo Carafa

Chi si fosse trovato a passare lungo la via del Seggio di Nido (l’attuale via S. Biagio dei Librai) in un particolare giorno verso gli inizi dell’Anno del Signore 1466 avrebbe potuto assistere allo spettacolo inconsueto di alcuni tra i  principali notabili del regno accalcati nello stretto decumano in attesa di poter entrare nell’atrio di un palazzo nel quale stava per iniziare una breve cerimonia religiosa: si tratta dell’inaugurazione ufficiale della nuova residenza del facoltoso e potente Conte di Maddaloni, l’illustrissimo Signor Diomede Carafa.

Tra le persone sfarzosamente abbigliate, alcune con servitù al seguito, avremmo potuto scorgere i familiari del Conte, tra cui il fratello Francesco – Castellano della Torre Ottava (Torre del Greco) e Capitano di Resina – e alcuni dei “vicini di casa” del Conte, la creme de la creme della società napoletana dell’epoca che aveva la propria residenza nel cuore di Napoli: alla maggior parte di loro, come Antonio Beccadelli, Giovanni Gioviano Pontano e Antonello Petrucci (con il quale i rapporti non erano ancora deteriorati), sarebbero bastati pochi minuti a piedi per raggiungere dalle rispettive dimore il luogo dell’incontro.
Nonostante l’ampio ingresso, la fila defluiva lentamente poiché erano molti coloro che si soffermavano per ammirare da vicino il monumentale portale impreziosito da bassorilievi e statue e per cercare di leggere (e comprendere) la corta epigrafe latina che si snodava lungo il bordo della cornice posta al di sopra del fregio a quasi tre metri d’altezza…  I servitori dei vari signori, intanto, coalizzati e coordinati da una sorta di maestro di cerimonie – più un guardaporte, in realtà, la cui persona dimessa contrastava non poco con lo sfarzoso abito che era stato costretto ad indossare per l’occasione – avevano il loro gran daffare nel tentativo di tenere alla larga il popolino che, grazie al rapido passaparola, era giunto da ogni parte del centro ad ammirare quel gran raduno di signori e – soprattutto – la miriade di ragazzini che cercavano di infilarsi sotto le gambe dei più grandi per sgattaiolare dentro, attirati – più che dalla folla – dal buon profumo di cibo che proveniva da certe basse finestrine aperte quasi a livello della strada sul lato sinistro del palazzo. L’insolito odore si era espanso lentamente ma inesorabilmente sin dalla mattina presto, trasformandosi via via che passavano le ore da un olezzo quasi pungente ad una irresistibile fragranza esotica (alcuni ritenevano fossero cipolle, altri giuravano si trattasse dell’odore della carne cotta al modo dei genovesi che affollavano le botteghe e le logge del porto. Avevano ragione entrambi…) come a voler riempire ogni angusto spazio dei vicoli e delle misere abitazioni ai piani bassi dei palazzi circostanti, causando al contempo stupore, curiosità e rabbia nella misera umanità che condivideva quell’angolo di Paradiso con i più fortunati eredi della nobiltà ascritta al Sedile di Nido.

Nel cortile, dietro un basso altare improvvisato per l’occasione di fronte alla stretta facciata prospiciente l’ingresso, l’Arcivescovo di Napoli nonché Presidente del Regio Consiglio Oliviero Carafa, nipote del Conte, attendeva che tutti fossero entrati per iniziare la cerimonia in cui fu impartita la benedizione all’edificio e ai presenti. Alcuni dei domestici, affaccendati nella preparazione di un piccolo rinfresco, a turno si permettevano una breve pausa per affacciarsi alle finestre del primo piano da dove si poteva godere l’intera scena, così vicini alla testa dell’Arcivescovo che avrebbero potuto toccarlo… Dal lato opposto, i più anziani e cagionevoli familiari del Conte – vista l’aria frizzante che caratterizzava quella limpida ma fredda mattina d’inverno – partecipavano all’evento al coperto della loggia che aggettava all’angolo nord della corte, prolungando idealmente verso l’esterno l’ampio salone del piano nobile in cui era stato apparecchiato per il ricevimento.
L’Arcivescovo, verso il termine della cerimonia, citò il proprio nonno Don Antonio Carafa, già feudatario delle terre di Boccalino, Pescolanciano e Vignali, Giustiziere di Terra di Bari, Ciambellano Regio sotto Re Ladislao e Castellano di Torre del Greco al tempo della Regina Giovanna, e il Conte ebbe un attimo di commozione: senza l’aiuto – e l’eredità – ricevuti dal padre forse quella giornata di chiaro trionfo non sarebbe mai stata possibile…
Dopo il rinfresco e la visita di alcune camere del palazzo, il Conte ridiscese nella corte in compagnia di alcuni dei suoi illustri compagni accademici antoniani per chiudere in bellezza – e con ben più di una semplice nota di orgoglio – la giornata, ammirando più da presso i capolavori che in mensole e nicchie ricavate un po’ ovunque nelle facciate interne impreziosivano le mura che odoravano ancora di intonaco fresco.
Fuori, nel Decumano, il guardaporte e i suoi aiutanti stavano già finendo di distribuire gli avanzi del cibo, che rapidamente guadagnava la via dei vicoli oramai quasi bui, per essere condiviso con i più sfortunati che non potevano neanche lasciare le proprie abitazioni:  la fame, anche in Paradiso, non è mai mancata…

Lesueur - Dettaglio della colonna Carafa

Lesueur – Dettaglio della colonna Carafa

Cortile Palazzo Carafa

A. Bulifon – Atrio di Palazzo Carafa

Re Ferrante, nonostante i rapporti di amicizia che lo legavano al suo precettore di un tempo, probabilmente non era presente quel giorno: lo possiamo dedurre dal fatto che – nonostante la scena suddetta sia plausibile ma del tutto inventata – nessuna cronaca dell’epoca riferisce di quello che sarebbe stato un episodio da non passare sotto silenzio. Viceversa vi è traccia di un altro episodio – raccontato dal Celano – in cui il Sovrano, avendo invitato il Conte ad una battuta di caccia, andò personalmente a prenderlo presso la sua dimora e – poiché quegli non era ancora pronto a scendere – gli fece la cortesia di attenderlo nell’atrio del palazzo.  A ricordo del nobile gesto, il Conte qualche tempo dopo fece erigere proprio al centro dell’atrio una colonnina sulla quale pose una statuetta equestre del Re. Secondo il Celano l’opera sarebbe stata realizzata da Donatello, ma lo storico sicuramente la confonde con la ben più nota testa di cavallo, non fosse altro perché lo scultore era morto proprio nel 1466!
Che sia leggenda o verità, di tale opera ne abbiamo traccia sia in una incisione di Antonio Bulifon realizzata per la “Guida de’ forestieri” scritta da Pompeo Sarnelli nel 1685, in cui viene illustrato l’atrio del palazzo con alcune delle opere d’arte che vi erano raccolte, che in un disegno di Lesueur in cui è ben raffigurato l’aspetto che aveva l’atrio del palazzo nella prima metà dell’800. Nella prima raffigurazione (notare anche sulla sinistra la balaustra della loggia del piano nobile, sorretta da un’esile colonna in stile corinzio) la colonnina è posta ancora al centro della corte, mentre la testa di cavallo è accostata al muro di destra; in quella più recente la colonnina – priva della statuetta equestre in cima – prende il posto del cavallo, adiacente al muro dove vi era un giardino pensile, mentre quest’ultimo non è visibile in quanto probabilmente la sua copia era stata già spostata nella posizione attuale sulla facciata di fronte all’ingresso, sotto le nicchie (alcune ancora oggi ben visibili) e lo stemma aragonese posto tra le finestre del terzo piano… Oggi della colonna non rimane che uno spezzone di un paio di metri, ma grazie ad altri disegni del Lesueur possiamo capire che l’opera era un assemblaggio di elementi di varia origine: un capitello corinzio sormontato da una scultura con tre delfini e un putto con un tridente, e un pezzo di un antico candelabro a base triangolare scolpito con satiri, sul quale era poggiata la statuina vera e propria…

Quel che rimane del monumento a Ferrante

Quel che rimane del monumento a Ferrante

La posizione originale della colonna non era certo casuale, ma rispondeva alla precisa esigenza di ribadire la sua fedeltà e rendere onore al Sovrano garantendo che la statua fosse visibile in ogni momento a chiunque passasse per la via: anche per questo motivo sembra che il portone del palazzo rimanesse sempre aperto.

Atrio Palazzo Carafa intorno al 1820

Lesueur – Atrio di Palazzo Carafa intorno al 1820

Cortile Palazzo Carafa 1

Vista attuale del vestibolo e della loggia


Tornando alla storia, la cerimonia di inaugurazione che abbiamo immaginato non rappresentava che il momento conclusivo di un percorso partito almeno un decennio prima, quando il Conte aveva iniziato ad acquisire una serie di case nella Platea Nidi, nell’incrocio tra il decumano e l’attuale Vicolo SS. Filippo e Giacomo (già Vico Casanova), proprio con l’intento di riunirle assieme in un unico fabbricato.
Grazie alle sue disponibilità economiche, il Carafa avrebbe ben potuto edificare la propria residenza ex novo ed in una zona periferica più salubre, tuttavia è lui stesso a chiarirci – in una iscrizione posta alla base della colonna che reggeva la loggia al primo piano (tamponata già nel XIX secolo, come si vede dal rilievo del Lesueur) in cui viene anche ribadito l’omaggio al Re e alla Patria – che la scelta fu fatta perché non reputava degno allontanarsi dal sito dove erano vissuti i suoi avi:

HAS COMES INSIGNIS DIOMEDES CONDIDIT AEDES CARAFA IN LAUDEM REGIS PATRIAEQUE DECOREM /
EST ET FORTE LOCUS MAGIS APTUS ET AMPLIUS. IN URBE SIT SED AB AGNATIS DISCEDERE TURPE PUTAVIT

base colonna

Base della colonna che regge il loggiato del 1° piano

Qualche settimana dopo avervi preso la residenza, il Conte vi trasferì anche la propria attività come si legge in una nota di conto del 5 Marzo 1466 ritrovata negli Archivi Aragonesi:

A Cola Schiavo ed a 3 altri facchini un ducato per recar tavole e cassoni dell’Uffizio dello scrivano di razione dall’Arsenale di Napoli, ove si teneva il detto Uffizio, fino a Nido in casa di Diomede Carafa, dove nuovamente è ordinato che si tenga

Negli anni successivi la residenza del Conte di Maddaloni divenne anche centro della sua intensa attività diplomatica: sappiamo per certo che nel 1475 vi furono ospitati il figlio del del duca FilippoCavallo Palazzo Carafa il Buono di Borgogna e l’ambasciatore del re di Ungheria impegnato nelle trattative per il matrimonio del suo sovrano con la principessa Beatrice, secondogenita di Re Ferrante.

Nessuna fonte ne parla ma è probabile che, se proprio non vi abbia alloggiato (in quanto risulta sia stato ospite del Conte di Alife Pasquasio Diaz Garlon), almeno sia transitato per il palazzo anche Lorenzo il Magnifico quando – sceso per chiedere a Ferrante di uscire dalla Lega organizzata dal Papa Sisto IV e togliere l’assedio a Firenze – fu trattenuto a Napoli tra il Dicembre del 1479 e il mese di Marzo dell’anno successivo.
I due in effetti erano già amici di vecchia data: fu proprio il Signore di Firenze a donare al Conte l’enorme testa di cavallo in bronzo che fu posta nell’atrio del palazzo, dove è rimasta fino al 1809 quando fu ceduta al Museo Archeologico Nazionale e sostituita con la copia in terracotta tutt’ora visibile.
Se la testa di cavallo era il pezzo forte della collezione, non meno importanti erano gli altri reperti che il Conte aveva raccolto e radunato nel suo palazzo: il Celano elenca un busto di Cicerone e le statue di Muzio Scevola, di una Vestale e di Mercurio nell’atrio, varie epigrafi, i busti di imperatori sulla facciata esterna e teste sulle porte di ogni stanza, oltre ad una testa di Augusto già scomparsa almeno 40 anni prima. Lo Schrader, nel Monumentorum Italiae edito sul finire del ‘500, citava anche un Ercole con la pelle del leone, una divinità marina, un bue condotto al sacrificio, un soldato, una fanciulla nuda dormiente, Nettuno col tridente, una scena raffigurante il giudizio di Paride, nove statue femminili ed otto maschili, le teste di vari imperatori e altre opere minori. E ancora nel Forestiero del 1635, il Capaccio ci racconta che per ornare a dovere la sua abitazione il Conte “mandò in busca per tutto il contorno per aver statue, e ne ebbe molte”, e narra di uno Scipione Africano, di una Flora, una lapide con Leda e il cigno, e ancora Perseo col Centauro, oltre ai già citati  Nettuno ed Ercole, Cesare, Agrippa, Nerone e l’immancabile testa di cavallo…
Secondo l’Aldimari il valore delle collezioni del Conte, che per la maggior parte provenivano dalle sue proprietà di Pozzuoli appositamente acquisite per condurvi degli scavi archeologici ante litteram, ammontava almeno a 17.000 ducati (una cifra che sfiora i 10 Milioni di euro attuali!!). Di sicuro le collezioni di antichità del Conte, sin dal momento della loro esposizione e fino a tutto il ‘700 – nonostante iniziassero a disperdersi già nella metà del XVI secolo per le contese dinastiche – costituirono una delle principali attrattive per i visitatori che si recavano a Napoli e una inestimabile fonte di reperti per i rapaci collezionisti del Nord Europa…


Inquadramento del palazzo, tra Via S.Biagio dei Librai e Vicolo SS Filippo e Giacomo

Inquadramento del palazzo, tra Via S.Biagio dei Librai e Vicolo SS Filippo e Giacomo

Venendo agli aspetti più squisitamente architettonici, come detto, l’edificio attuale è il risultato dell’unione di diversi corpi di fabbrica che il Conte aveva acquisito negli anni precedenti: una parte prospiciente la Platea Domus Novae (l’attuale via SS. Filippo e Giacomo) era già di proprietà della famiglia e fu acquistata nel 1449 dal fratello Francesco, mentre altre porzioni – tra cui una torre ancora parzialmente visibile all’estremità del palazzo lungo il Vicolo SS Filippo e Giacomo – appartenevano alla famiglia Pignatelli.
L’unica cosa che rimaneva da fare era di rendere omogeneo il tutto, e  il Carafa vi riuscì in maniera mirabile realizzando un opera che avrebbe costituito un chiaro modello per numerose altre residenze nobiliari nel successivo ventennio, fino alla novità rivoluzionaria costituita dal bugnato a punta di diamante del Palazzo Sanseverino (oggi Chiesa del Gesù Nuovo).
Non si sa chi sia stato l’architetto artefice dei lavori: secondo il De Dominici l’edificio sarebbe stata edificato dall’architetto Masuccio e decorato con affreschi e intagli da Tommaso e Pietro de’ Stefani, tutti vissuti oltre due secoli prima e neppure lontanamente in grado di concepire le tante novità stilistiche introdotte da questo edificio! Più probabilmente il merito va a Agnolo del Fiore, autore sia del monumento funebre del Carafa in San Domenico, sia del portale di Palazzo Petrucci, di pochi anni posteriore.
In ogni caso è indubbio che le direttive – rispondenti ad un preciso programma di recupero dello “stile all’antica” – siano venute dal committente.

Dettaglio di una finestra e testa di Diomede Carafa

Dettaglio di una finestra e testa di Diomede Carafa

Le tre facciate libere furono rivestite con un bugnato di mattoni in tufo giallo e grigio che si ispirava chiaramente all’opus isodomum vitruviano. Qualcosa di simile si era già visto nel Palazzo Penne, realizzato circa 50 anni prima, e nella campanile della Cappella Pappacoda, ma qui l’uso estensivo della policromia rende più esplicito e consapevole il richiamo alle tecniche “all’antica”.
L’assenza di fasce marcapiano, già presenti in alcuni modelli fiorentini ma che diventeranno una caratteristica più comune dell’architettura rinascimentale nel secolo successivo, è bilanciata dalla ricchezza delle finestre del piano nobile, inquadrate in una importante cornice in marmo con decorazione dentellata e un fregio ornato da epigrafi:

“SI RACIO IMPERAVERIS ERIS LIBER” – “EX ANIMO AMA AC SERVI”
“HONESTE PARA TEMPORI CONFER” – “TE PRIUS ISPICIAS ALIOSQUE DEINDE NOTAIO”

La presenza di iscrizioni sulla facciata è anche’essa una novità che precederà quanto fatto poi dal Pontano nella sua cappella e nel palazzo che vi sorgeva di fronte (oggi distrutto).
A chiudere la facciata troviamo uno stretto cornicione decorato, che delimita il tetto a spioventi, e subito sotto, ai due angoli, sono incassati i ritratti del Conte e di sua moglie.
Il cortile interno, attraverso un giardino, si apriva sul vicolo sulla destra del palazzo (oggi scomparso) tramite una porta che riportava in alto l’epigrafe:

“HIC ABITANT NYMPHAE DULCES ET SUADA VOLUPTAS  / SISTE GRADUM ATQUE INTRANS NE CAPIARE CAVE”

Un’altra iscrizione dava il benvenuto all’ospite proprio sull’arco che conduceva alla scala interna:

“HUC QUICUMQUE VENIS FAUSTE ET BENE VENERIS HOSPES / COMITER IN NOSTRA SUSCIPERE DOMO”

L’ingresso è caratterizzato da un ampio vestibolo con volta a botte (ad imitazione di quello di Palazzo Medici in Firenze) a cui si accede tramite un originale portale in stile ionico: si tratta del primo esempio a Napoli di questa tipologia, che era stata teorizzata pochi anni prima da Leon Battista Alberti, mentre gli edifici degli anni precedenti erano tutti caratterizzati dall’arco ribassato catalano.

Ma le soluzioni adottate qui dal Carafa, a dimostrazione della sua vasta cultura oltre che dei rapporti con i più rinomati artisti dell’epoca (l’Alberti era stato a Napoli l’anno precedente!), presentano dei caratteri del tutto originali: al di sopra del fregio pulvinato, ornato da foglie di lauro e acanto intrecciate e sorretto da due mensoloni, troviamo un fregio decorato con le insegne del committente (il blasone di rosso alle tre fasce d’argento, la stadera e la pergamena stesa su un telaio circolare) e chiuso in alto da una cornice sormontata dai busti degli imperatori Claudio e Vespasiano e dalla statua di Ercole in una nicchia.

Palazzo Diomede Carafa - Portale

Il bordo della cornice riporta un’epigrafe che riassume in una sola frase il “programma” per il quale era stato concepito l’intero palazzo:

“IN HONOREM OPTIMI REGIS FERDINANDI ET SPLENDOREM NOBILISSIMAE PATRIAE
DIOMEDES CARAFA COMES MATALONE MCCCCLXVI”

L’architrave è apparentemente sorretto da due mensole con volute sulle quali sono seduti due putti reggi stemma. Il tutto a inquadrare un bellissimo portone in legno intagliato con gli stemmi dei Carafa, il quale – come detto – era aperto per la maggior parte del tempo in modo da consentire la visione della corte in cui si ammiravano in prospettiva il monumento equestre del re e la grande lapide con lo stemma di Re Ferrante che sormonta il blasone dei Carafa, sotto cui spicca la scritta che riassume tutta la dedizione del Carafa per il suo Sovrano (di cui era stato precettore in gioventù): “FIDELITAS ET AMOR”

 Stemma Aragonese Palazzo Carafa

Per approfondimenti:

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